BREVE STORIA DELL'INDULTO


L’indulto del 1984

     L’indulto decretato dal Papa, reso noto dalla Congregazione per il Culto divino con lettera del 3 ottobre 1984 ai presidenti delle Conferenze episcopali (Quattuor abhinc annos), è lo strumento col quale il Santo Padre in persona, nel desiderio di assecondare i gruppi di sacerdoti e di fedeli legati al cosiddetto rito "tridentino", ha dato ai Vescovi la facoltà di consentire la celebrazione della S. Messa utilizzando il Messale Romano nell’edizione del 1962 (1).
     Questo provvedimento ha costituito una grossa novità ed un deciso cambiamento rispetto agli orientamenti fino allora manifestati dalla Santa Sede innanzi al disagio recato dalle riforme liturgiche. Per la prima volta infatti si è ufficialmente consentito che in tutta la Chiesa latina, seppure a determinate condizioni, potesse essere seguito il Rito Romano antico nella celebrazione della S. Messa (2).
     Per la prima volta inoltre veniva pubblicamente riconosciuta l’esistenza di un "problema": quello rappresentato da quanti — sacerdoti, religiosi e laici — a quindici anni dall’introduzione della riforma liturgica (Avvento 1969) si mantenevano fedeli alle più antiche tradizioni liturgiche della Chiesa di Roma.

Il disagio liturgico

     In effetti il "problema" del disagio liturgico causato dalle riforme era stato a lungo minimizzato e addirittura grottescamente negato. Esso aveva principiato a manifestarsi nel periodo immediatamente seguente alla chiusura del Concilio Vaticano II. Era l’epoca in cui andavano manifestandosi dissennati propositi di una radicale riforma della Liturgia. Contro la lettera e lo spirito dei testi conciliari — e in primo luogo contro le norme della Costituzione Sacrosanctum Concilium — si programmava e si attuava la proscrizione del latino dai sacri riti, con il conseguente bando del canto gregoriano sostituito da insulse canzonette.
     Nel tentativo di contrastare in qualche modo tale corrente demolitrice, che calpestava e violentava i deliberati conciliari, venne creata in quel periodo l’Associazione Internazionale Una Voce, in Italia formalmente costituitasi nel luglio del 1966. Una Voce ricevette subito numerose e qualificate adesioni, divenne per molti un punto di riferimento e motivo di speranza, si fece promotrice di appelli e petizioni al Papa in favore del latino e del canto gregoriano sottoscritti da personalità della cultura e dell’arte di rilievo internazionale, ottenne segni di apprezzamento e incoraggiamento dallo stesso Paolo VI.
     Nonostante ogni sforzo non si riuscì a contrastare efficacemente l’opera dei demolitori della Liturgia, in particolare di quelli annidati nel Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia prima, nella Congregazione per il Culto divino poi.

La riforma della Messa

     Il disagio liturgico si estese e si accrebbe vieppiù in seguito, di pari passo con il contorto cammino della riforma liturgica, della riforma della Messa in particolare.
     Nel 1967 il Consilium aveva sottoposto al Sinodo dei Vescovi lo schema di una "messa normativa" che venne clamorosamente bocciata. Nello stesso 1967 Paolo VI aveva pubblicamente espresso gravi parole di riprovazione contro tendenze emerse nell’ambito delle attività del Consilium (3). Nonostante ciò la "messa normativa" è alla base dell’Ordo Missae promulgato da Paolo VI nel 1969. Quell’Ordo Missae di cui i cardinali Bacci e Ottaviani in un’accorata lettera a Paolo VI dissero che "considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i ‘canoni’ del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del Mistero" (4).
     La lettera dei cardinali Bacci e Ottaviani si concludeva con questa appassionata invocazione, oggi ancora di inalterata attualità: "Supplichiamo perciò istantemente la Santità Vostra di non volerci togliere — in un momento di così dolorose lacerazioni e di sempre maggiori pericoli per la purezza della Fede e l’unità della Chiesa, che trovano eco quotidiana e dolente nella voce del Padre comune — la possibilità di continuare a ricorrere alla integrità feconda di quel Missale Romanum di San Pio V dalla Santità Vostra così altamente lodato e dall’intero mondo cattolico così profondamente venerato e amato".
     Da allora quella supplica è stata incessantemente proposta e riproposta ai Vescovi e al Santo Padre — e lo è tuttora — da sacerdoti, religiosi e fedeli per i quali la realizzazione di una Messa in forme totalmente nuove e la sua imposizione a tutta la Chiesa latina, accompagnata dall’arbitraria proscrizione di quella tradizionale, sono state avvertite come lacerazione senza precedenti nella storia della Liturgia, e come violenza esercitata nel più intimo delle coscienze. Una violenza già di per sé odiosa e intollerabile, e tanto più in quanto attuata in nome di una presunta "obbedienza" al Concilio, quel Concilio la cui nota precipua era stata l’affermazione di una più attenta considerazione alle esigenze dei singoli, di una maggiore compartecipazione di tutti — fatte salve le differenze dei ruoli e dei ministeri — nella edificazione della Chiesa.
     Allo spirito di apertura e libertà proclamato dal Concilio Vaticano II si rispondeva — in nome del Concilio — con miopi chiusure ed autoritarie imposizioni e proscrizioni!

La volontà del Papa e gli intrighi curiali

     Dopo ripetuti e per lo più inascoltati interventi del Papa a favore del latino e del canto gregoriano, venne per sua iniziativa donato nella Pasqua del 1974 ai Vescovi di tutto il mondo, ai capi di ordini religiosi e ai superiori di comunità monastiche un volumetto — Jubilate Deo — con un "repertorio minimo" di canti gregoriani in latino. Nella lettera che accompagnava il dono si ribadiva il desiderio del Papa che, in conformità con la Costituzione conciliare sulla Liturgia, "i fedeli possano recitare o cantare anche in latino le parti dell’Ordinario della Messa che ad essi spettano" (5) e si rinnovava la sua raccomandazione "che il canto gregoriano sia conservato ed eseguito nei monasteri, nelle case religiose, nei seminari, come forma eletta di preghiera in canto e come elemento di sommo valore culturale e pedagogico" (6).
     Queste esortazioni e raccomandazioni, come del resto quelle che le avevano precedute, non ebbero che timide e sporadiche attuazioni: la prassi arbitraria e anticonciliare del generalizzato abbandono del latino e del canto gregoriano restò immutata.
     In un documento particolarmente solenne, la Bolla di indizione del Giubileo del 1975 (7), Paolo VI accennò poi alla necessità di riesaminare criticamente le varie sperimentazioni liturgiche post-conciliari. Contro questo proposito si scatenarono sorde resistenze ed oscuri maneggi — in un’atmosfera di intrighi di palazzo degna della corte di Bisanzio — da parte di organismi e personaggi curiali. E’ in questo clima che Paolo VI decise di sopprimere la Congregazione per i Sacramenti e la Congregazione per il Culto divino trasferendone le competenze ad un nuovo dicastero (8) e soprattutto di allontanare bruscamente da Roma (agosto 1975) il potentissimo mons. Annibale Bugnini, teorizzatore realizzatore e impositore della riforma liturgica, come segretario e fac-totum del Consilium ad exequendam Costitutionem de Sacra Liturgia prima, della Congregazione del Culto divino poi.
     Tutto ciò non fu sufficiente a consentire all’ormai stanco Pontefice, sempre più angosciato per la crisi della Chiesa, di porre in atto i suoi propositi.

Le opposizioni a Giovanni Paolo I e a Giovanni Paolo II

     Non minori resistenze hanno incontrato i propositi enunciati da Giovanni Paolo I e dal Papa attuale.
     Nel suo brevissimo pontificato Giovanni Paolo I scatenò l’irritazione dell’establishment curiale per l’essersi pronunciato in favore del latino nella sua prima omelia, per l’aver più volte citato nei suoi discorsi il Catechismo di San Pio X, per l’aver dichiarato di prendere a modello del suo pontificato S. Gregorio Magno, per l’essersi richiamato agli esempi luminosi di S. Leone e di S. Pio X. L’affermazione del Papa che non avrebbe avuto "timore di esercitare contro i malvagi i diritti della sua autorità" non poteva non inquietare fino all’isteria quanti confidavano in un pontificato debole, facilmente piegabile ai propri disegni e maneggi. Ma quello che al Papa non fu perdonato è stato l’aver celebrato la S. Messa in latino in occasione della solenne presa di possesso della Basilica di S. Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma.
     A conferma di ciò non c’è bisogno di rifarsi alla "leggenda nera" dell’uccisione del Pontefice, per diretto intervento o per omissione di un pronto soccorso (è peraltro significativo che tale diceria abbia potuto in un attimo diffondersi in tutto il mondo ed apparire credibile a tanti...). Non ce ne è bisogno. E’ sufficiente rammentare il pubblico rimprovero rivolto al morto Pontefice da un suo diretto collaboratore — il Vescovo ausiliare di Roma mons. Clemente Riva — in un ignobile articolo apparso con grande rilievo tipografico sul Corriere della Sera (9): ne era motivo l’aver osato il Papa celebrare "la messa in latino"!
     Intrighi, pressioni e maneggi curiali si sono puntualmente rinnovati contro i propositi di Giovanni Paolo II, enunciati il 24 febbraio 1980 nella Lettera Apostolica Dominicae Cenae: "si deve dare soddisfazione, accogliendoli non solo benignamente e di buon grado ma anche con grande rispetto, ai sentimenti e desideri di coloro che, formati con forza secondo l’ordinamento dell’antica liturgia latina avvertono la mancanza di questa ‘lingua una’ che ha significato in tutto il mondo l’unità della Chiesa e ha suscitato il senso profondo del Mistero eucaristico per la propria indole piena di dignità". La lettera proseguiva con la singolare richiesta di "perdono (...) per tutto ciò che per qualsiasi motivo, e per qualsiasi umana debolezza, impazienza, negligenza, in seguito anche all’applicazione talora parziale, unilaterale, erronea delle prescrizioni del Concilio Vaticano II possa aver suscitato scandalo e disagio circa l’interpretazione della dottrina e la venerazione dovuta a questo grande Sacramento [l’Eucarestia]". "Soprattutto mi preme sottolineare — continuava il Pontefice — che i problemi della Liturgia, e in particolare della Liturgia eucaristica, non possono essere un’occasione per dividere i cattolici e minacciare l’unità della Chiesa"; e concludeva: "la Sede Apostolica farà tutto il possibile per cercare, anche in seguito, i mezzi che possano assicurare quell’unità di cui parliamo" .
     C’era di che rinnovare l’allarme di quanti consideravano (e considerano) la riforma liturgica irriformabile. In questa occasione la tattica seguita è stata quella della dilazione e della disinformazione. La Congregazione per i Sacramenti e il Culto divino avviò in segreto un’inchiesta presso i Vescovi di tutto il mondo circa l’uso e la richiesta del latino e della S. Messa "tridentina". I dati dell’inchiesta furono resi di pubblico dominio nel dicembre del 1981 accompagnati da un commento nel quale, con cosciente adulterazione della verità, si affermava che quello della Messa "tridentina" era "problema per così dire inesistente" e che il 98,68 dell’episcopato considerava comunque "risolto il problema, nel senso che il cosiddetto rito antico o tridentino è ormai superato, quando non si oppone decisamente a una concessione" (10).

La guerra all’indulto del 1984

     Occorsero quasi tre anni perché la Santa Sede desistesse dal negare l’evidenza stessa dei fatti, l’esistenza cioè di un vasto disagio, causato dalle riforme liturgiche e dall’arbitraria proscrizione dell’antico Messale Romano.
     Fu necessario soprattutto il personale intervento del Supremo Pastore che, preso atto realisticamente dell’esistenza di quel disagio, ai primi di ottobre del 1984 decretò, come già si è ricordato, un indulto per consentire ai fedeli il pacifico uso dei libri liturgici tradizionali.
     Fu subito guerra. Un violento insorgere di camarille clericali, un’indecente insubordinazione, un aperto prevaricare la volontà del Pontefice nel tentativo di arginarne e contrastarne gli effetti.
     Primi a sollevarsi contro il Papa furono i burocrati della riforma liturgica: quaranta chierici riuniti in un gruppo di lavoro convocato dall’Ufficio liturgico nazionale per un seminario di studi promosso dalla Segreteria della Conferenza Episcopale Italiana con la Commissione per la Liturgia della stessa CEI.
     Stigmatizzata come inopportuna la decisione del Pontefice, agitati foschi pericoli di divisione nella Chiesa e di rimettere in discussione il Concilio, in una lettera del 12 ottobre 1984 al presidente della CEI, card. Ballestrero, i quaranta raccomandavano di dare all’indulto l’applicazione più restrittiva e additavano "la necessità che i Vescovi italiani adottino una normativa ed una prassi omogenea e comune per tutto il territorio di lingua italiana" (11). Sapevano bene i quaranta quello che proponevano; come dire: "la CEI affidi a noi, despoti degli uffici e commissioni liturgiche nazionali e locali, il compito di emanare norme e direttive sull’indulto, sapremo ben noi legare le mani ai singoli Vescovi in nome della collegialità; e così il Papa avrà parlato invano e vane risulteranno le attese dei tradizionalisti". Una strategia rivelatasi, alla prova dei fatti, largamente vincente.
     Ciò che più allarmava i mastini della riforma liturgica e che occorreva ad ogni costo contrastare era il potere affidato dal Pontefice ai singoli Ordinari diocesani di decidere se nelle loro diocesi ricorressero le situazioni e le condizioni in presenza delle quali l’indulto doveva essere accordato. In questa facoltà di personale decisione dei singoli Vescovi risiedeva il pericolo maggiore. Se qualche Vescovo avesse infatti concesso l’indulto si correva il rischio di un estendersi del contagio "tradizionalista", di non poter più riuscire a soffocare e nascondere il persistere di richieste di celebrazioni dell’odiata "Messa tridentina".
     Questa preoccupazione è evidente tanto nella lettera dei quaranta, quanto nella vibrata protesta contro l’indulto pontificio espressa in occasione del Convegno internazionale sulla Liturgia, convegno che vedeva riuniti in Vaticano a fine ottobre del 1984 i presidenti e i segretari delle Commissioni liturgiche nazionali (a protestare contro il Papa erano ancora una volta i burocrati degli uffici liturgici!).
     Levatosi a parlare in nome del gruppo di lingua inglese, l’Arcivescovo di Durban, mons. Hurley, esprimeva "la grave preoccupazione, il rammarico e lo sgomento con cui il gruppo ha ricevuto la notizia della lettera del 3 ottobre 1984 della Congregazione del Culto divino a riguardo del Messale 1962 - Messa tridentina". Nella sua protesta mons. Hurley attaccava l’indulto in quanto "estraneo alla ecclesiologia del Concilio Vaticano II", perché esso "sembra dare appoggio a coloro che hanno resistito contro il rinnovamento liturgico" e "sembra violare il senso collegiale dell’intero episcopato" (12).
     Per mons. Hurley, come per i quaranta, la "collegialità" era lo strumento per imbrigliare e condizionare la volontà del Papa e quella dei singoli Vescovi. Contro il Papa veniva agitato lo spettro di quel preteso 98% dell’intero episcopato che, secondo le false affermazioni della Congregazione per il Culto divino, avrebbe considerato risolto il problema della Messa "tridentina" o si sarebbe decisamente opposto ad ogni sua concessione. Contro i Vescovi e la facoltà loro data dal Pontefice di concedere l’indulto veniva opposta questa capziosa argomentazione: "mentre la legge richiede che le decisioni delle Conferenze Episcopali in materia liturgica siano confermate dalla Sede Apostolica, questa concessione appare come un sovvertimento di quel principio, in quanto la responsabilità della Sede Apostolica e delle Conferenze Episcopali viene tolta di mezzo, e l’autorità su una questione liturgica così importante è lasciata al Vescovo locale; in questo caso non è richiesta né la ‘approbatio’ di una Conferenza Episcopale, né la ‘confirmatio’ della Sede Apostolica" (13).
     Questo protestare di un Arcivescovo contro la libertà data ai suoi confratelli dal Papa di decidere autonomamente circa necessità liturgiche esistenti nelle proprie diocesi è fatto invero singolare. Meno strano, se si considera che la protesta era espressa dal presidente di una Conferenza Episcopale. L’intento era dunque quanto mai chiaro: rivendicare il potere degli uffici contro la libertà dei singoli Vescovi da una parte, dall’altra rilanciare quel sistema di solidarietà più o meno occulte tra uffici episcopali e uffici della Santa Sede (non sempre e non necessariamente fedeli collaboratori del Papa...) mediante il quale l’esercizio del governo della Chiesa è fortemente condizionato e frenato, a livello sia centrale che locale.
     Sottoposti alle pressioni di commissioni liturgiche diocesane e nazionali, e talvolta anche in seguito a suggerimenti di uffici della Santa Sede, non sorprende davvero che i Vescovi italiani in generale abbiano dato all’indulto un’applicazione quanto mai parziale e fortemente restrittiva, mostrandosi in larga misura sordi all’intervento del Pontefice e alle richieste dei fedeli.

Ecclesia Dei Adflicta

     Il non aver voluto cogliere, deliberata mente, l’occasione di rinsaldare l’unità della Chiesa mediante la concessione dell’indulto pontificio per la celebrazione della Messa "tridentina" non ha mancato di produrre tristi e gravissimi effetti. Un tesoro di sofferta fedeltà alla Chiesa e alle sue tradizioni è stato posto in tentazione di sviarsi e disperdersi. In un crescendo di speranze e disillusioni, in un altalenare fra aperture a possibili soluzioni ed irrigidimenti, andò maturando lo "strappo" tra mons. Lefebvre e il Santo Padre. Si arrivò così alle consacrazioni episcopali fatte ad Ecône nonostante il divieto del Papa ed alla conseguente scomunica di mons. Lefebvre, di mons. Castro Mayer e dei nuovi Vescovi da loro consacrati.
     Avvenimenti tristissimi, accolti da taluni con gioia appena dissimulata. Si confidava che quello della S. Messa "tridentina" fosse ormai davvero "problema inesistente" in quanto sollevato da scomunicati, da scismatici.
     Non così il Santo Padre. Con il motu proprio Ecclesia Dei Adflicta del 2 luglio 1988 il Papa richiamava gravemente e fortemente Vescovi e sacerdoti al rispetto delle "giuste aspirazioni" dei cattolici fedeli alle tradizioni liturgiche della Chiesa, ribadiva la necessità di "un’ampia e generosa applicazione" dell’indulto, chiedeva che alla sua volontà "si associno quelle dei Vescovi e di tutti coloro che svolgono nella Chiesa il ministero pastorale".
     Parole queste del Pontefice, e per quanto gravi e solenni, lasciate ancora una volta spesso, troppo spesso, al vento. Quasi non fossero state pronunciate. Contro di esse, contro la volontà del Papa, si sono rimessi in moto gli uomini degli uffici (anche dall’interno stesso della Santa Sede) con tutta una serie di indicazioni, direttive, valutazioni, ora arbitrarie, ora riduttive, ora distorte. A più di sette anni (11 anni, n.d.r.) dall’Ecclesia Dei Adflicta, e a dieci (15 anni, n.d.r.) dall’indulto, siamo ben lontani da una applicazione "ampia e generosa" dell’indulto stesso; le "giuste aspirazioni" dei fedeli sono ben lungi dall’essere riconosciute e soddisfatte.
     La responsabilità di ciò grava su molti, troppi, Vescovi: ubbidienti alle pressioni degli uffici liturgici, disubbidienti al Papa.

Filippo Delpino
(da Una Voce - Notiziario, n. 110-111, giugno-dicembre 1994)




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